Trovare il mondo in uno stagno. Incorporare la luce dell’isola, sedersi davanti al suo racconto 

Pino Corrias

Gli stagni di Ileana Florescu sono istantanei viaggi nel tempo che passa, intricati d’erba e luci dentro altre luci, e ombre, e colori, com’è la vita al colpo d’occhio, quando la guardi da lontano. E come sono i sentimenti, quando ci si siede a ripensarli, respirandoli a lungo, in silenzio, sovrapponendo inquadrature di giorni e tramonti e stagioni differenti della vita, accompagnati solo dal ronzio della campagna intorno, il suo respiro e insieme la sua impronta.

Paesaggi che qualche volta convocano i ricordi per trasformarli in una rivelazione a cui non avevamo mai pensato prima, un rimpianto, una consolazione, capaci di arrivare all’improvviso, con un frullare d’ali, come fossero folaghe che si alzano in volo dall’acqua che a breve tornerà immobile. Com’è per sempre immobile la luce in queste fotografie sedimentate su altre fotografie, sebbene contengano sempre una promessa di vento, una perturbazione sentimentale, la tensione di una attesa.

Il luogo è Murta Maria, stagno di mirto e di mare, dice la lingua.

Golfo di Olbia.

Sardegna Orientale.

Le sequenze sono quelle del mago e del suo cilindro fotografico.

Il mago è Ileana.

Il cilindro è lo strumento d’arte che ricompone, da tante immagini sovrapposte, il prodigio di una invenzione.

L’invenzione è il coniglio bianco del mago che sa come pescare dalla clessidra del tempo gli istanti che passano per trasformarli in istanti che restano.

Ogni inquadratura è il riassunto di un racconto. Ogni racconto una geografia che incorpora quei luoghi dentro la luce della grande isola seduta su sé stessa, da costa a costa. Dove ogni insenatura è un mondo. Ogni rilievo di granito un colpo di scena della natura. Ogni paese un filo che si intreccia a un altro filo, come nei ricami di Maria Lai, la piccola fata di Ulassai, che hanno lo stesso complicato intreccio narrativo di questi fili d’erba acquatica.

Gli stagni di Ileana Florescu contengono frammenti d’acqua salata del Mediterraneo e del suo cielo d’acqua dolce. Evocano, in ogni inquadratura, storie naturali sedimentate nell’isola che da millenni naviga immobile accogliendo approdi e naufragi, assalti e fughe, pirati e uomini scalzi che hanno edificato, nel tempo, villaggi scavati nella terra, come dietro l’ultima fenditura del monte Tiscali, e le settemila torri costruite pietra su pietra, dai padri di tutti padri, molto indietro nel tempo, per fare la guerra e per cuocere il pane.

Le zone umide sono gli anelli di congiunzione della vita. Sono «il punto fermo di un mondo che ruota». E l’artista li ha scelti per questo. Sono acqua e terra insieme. Sono vegetazione e ossigeno. Intorno a loro sono cresciute le radici mobili degli uomini dai tempi dei riti ancestrali, quando la vita era pascolo, pesca, sale, cammino, e infinito lavoro, infinite attese, che trasformavano quegli specchi d’acqua in una patria. Tramandata di stagione in stagione dai fenicotteri rosa, dai germani reali, dai falchi di palude che non hanno mai smesso di migrare dentro e intorno a quei perimetri, proprio come hanno fatto gli uomini che per migliaia di anni hanno portato a tracolla la fatica del proprio destino e insieme la brace del fuoco di casa che tiene a bada la pioggia, tiene a bada la notte.

L’occhio digitale della macchina fotografica registra gli stagni nel loro farsi e disfarsi. Nel loro respiro. Florescu sovrappone gli istanti, le stagioni, le ore del giorno. Sceglie, compone. Fino a farne una immagine che è insieme astratta e naturale. È nuvola di Turner e linea di Kandinskij. È pittura puntinista e fotogramma, invenzione e reportage, movimento e stasi. È impronta metereologica e dettaglio sentimentale.

Il paesaggio, come lo intendiamo dai tempi dei pittori fiamminghi, è largo quanto lo sguardo, comprende cielo, terra, mare, colline, nuvole in viaggio. Quello della fotografa è un frammento, focalizza l’ampiezza smisurata dello sguardo nella radice quadrata del suo significato, un palmo di territorio per il tutto

Di acqua e di storie Ileana Florescu s’intende. Nel 2009 ideò L’umana sintesi, che erano pagine di libri affidate alla trasparenza dell’acqua per dirne la fragilità e anche la resilienza visto che quelle pagine, prima di disfarsi, diventavano onda di parole dentro l’onda del mare. Affidando alla fotografia il compito di registrare per sempre quella metamorfosi di buona speranza. Consegnandoci, dentro ad ogni cornice, il passaggio artistico in cui la realtà diventa immaginazione. E l’immaginazione un insegnamento da tramandare.

Allo stesso modo gli stagni di questa nuova sequenza sono natura che il gesto artistico trasforma in sentimento, proprio come fanno le pagine di un romanzo, intrecciando parole che all’improvviso stanno parlando con noi e di noi.

Per questo, fermandoci davanti agli stagni di Ileana, al racconto suggerito dall’intreccio di quei fili d’erba, di quelle ombre, di quei colori che contengono la vita in transito, finiamo per riconoscere una trama che ci riguarda, lo specchio di un luogo dove di sicuro siamo passati o un giorno passeremo.

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Le trame iridescenti di Ileana Florescu tra invenzione e tecnica