The Percpetive Machine

Ileana Florescu

Perceptive machine: marchingegno immaginario/immaginifico connaturato all’artista; incorporeo, ineffabile, precede l’atto creativo, conosce senza conoscere, coglie ciò che l’occhio di primo acchito non vede. Conduce.

Perspective machine: macchina prospettica o prospettografo, strumento ottico il cui scopo fin dal XV secolo è di essere d’aiuto ai pittori nel riportare correttamente lo spazio fisico tridimensionale su un piano.

In Sardegna, anno dopo anno, in tutte le stagioni e a tutte le ore del giorno ho fotografato il mutevole paesaggio di un piccolo stagno nei pressi di Murta Maria (Olbia). In questo viaggio maniacale mi ha sempre accompagnato l’ombra di Mr. Neville, il disegnatore paesaggista che, nel film I misteri del giardino di Compton House di Peter Greenaway, utilizzava un prospettografo per eseguire dodici disegni della dimora di Compton (in realtà realizzati dallo stesso regista). Il film è ambientato nella campagna inglese nel 1694. Neville ha talmente fiducia nelle proprie capacità tecniche che pensa di poter ritrarre il paesaggio esattamente come è, senza alterarlo, cioè senza interpretarlo o esprimerlo (James McKenzie): era questa l’utopia di un “fotografo” ante litteram che lavorava con un rudimentale strumento per perimetrare il campo visivo perché la macchina fotografica era ben al di là dall’essere inventata. Ma pur essa, quando arrivò con le sue magnifiche lastre di rame e gelatine d’argento, si rivelò subito tutt’altro che un neutro mezzo di rappresentazione della realtà, fu anzi ben chiaro che era un nuovo, straordinario, strumento per interpretare il mondo.

La nostra pupilla è mobile come lo è lo stato d’animo che, di volta in volta, cambia il nostro punto di osservazione. Di fronte all’incanto di un paesaggio l’occhio del fotografo – per lo meno il mio – è bulimico, onnicomprensivo e non gli basta un solo punto di vista.

In questa nuova serie di scatti ho voluto che emergesse quella pluralità di sguardi che esercitiamo quando siamo posti di fronte a un paesaggio, la percezione dei suoi colori, dei suoi movimenti, delle sue forme. Ho cercato di ottenere non uno scatto “verosimile”, ma la sintesi della percezione di quel paesaggio in quel preciso istante. Poi, una volta dismessi i panni della fotografa, ho rielaborato ciò che avevo percepito e tutto ciò che la memoria aveva registrato.

In arte la contrapposizione tra oggettività e soggettività è una aporia perché l’arte è sempre soggettività. Se Neville disegna, o meglio vorrebbe disegnare, precisamente ciò che vede, io invece – come ha scritto Leon Steinmetz a proposito dei disegni di Greenaway – fotografo ciò che penso, ciò che sento. Nel farlo echeggiano dal subconscio tinte di rappresentazioni pittoriche sepolte nella memoria, una quadreria a cui ogni artista e ognuno a suo modo attinge, il più delle volte senza esserne consapevole.

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Una natura “"altra”

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Il volto di Medusa: Arte e storia in Ileana Florescu