VEDERE, GUARDARE, LEGGERE, COMPRENDERE, VIAGGIARE, SAPERE, DIMENTICARE, DISTRUGGERE…
Franco Cardini
Guardare una foto è sempre un esercizio esegetico: né più né meno che scattarla. In principio c’è un atto di volontà, senza il quale nulla che sia esterno a noi esiste davvero. Un gruppo di bambini che giocano o di soldati armati, una muraglia sbrecciata, una moto abbandonata, il deserto….
Nulla significa nulla, se non s’incontra con un progetto, con una chiave per intendere la realtà. La luce: l’ora del giorno o della notte, il sole alto in un cielo abbagliante d’azzurro, una notte stellata, oppure nubi e nebbia, o ancora i neri cavalli della tempesta di sabbia che tutto penetra e inghiotte. E’ il racconto sospeso, l’attimo fuggente arrestato per sempre dal gesto magico dello scatto. Che nega il prima e il dopo: o forse, all’opposto, li s-vela per poi ri-velarli in tutta l’ambiguità del rapporto tra la fissità di una foto e la dinamica del movimento di cui un attimo infinitesimale è testimone nitido, esatto, eppure ambiguo e tanto onusto di proposte mai ascoltate quanto pronto a mentire.


Guardare e leggere. Due atti contemporanei e complementari, eppure alternativi. Basta una scritta sovrapposta a una foto o a un disegno, e immediatamente si formano due partiti: quello di chi cerca disperatamente di decifrare lo scritto, spazientito perché i segni, le forme, i colori sottostanti impediscono il suo sforzo concettuale; e quello di chi insegue invece i tratti dei volti, i profili degli animali e dei monti e delle macchine o degli edifici, indispettito in quanto il segno parlante della scrittura lo confonde. Due forme affini che parlano della medesima realtà convergendo sempre senza mai incontrarsi; oppure, all’opposto, che restano estranee pur affastellandosi l’una sull’altra e intrecciandosi a vicenda.


Ma qui entra in gioco quella linea sottile, quel granello impercettibile che separa il genio dall’intelligenza ordinaria. La Siria sta scomparendo, una sentenza tanto ingiusta e ingiustificata quanto folle sta cancellandola dalla faccia della terra. E non chiamatelo fanatismo perché è proprio il contrario etimologico: è profanità suprema. E non chiamatelo fatalità perché quest’orrore è programmato, è sistematico, è un capolavoro di razionalità al servizio della più ripugnante follia.


La Siria scompare travolta e cancellata dalla volontà d’imbestiare il genere umano. Esattamente come secoli fa, o anche solo decenni fa, o anche solo anni fa, o anche solo stamane, o ancora fra qualche giorno o qualche mese o qualche anno o qualche secolo, le parole assemblate a costruir pensieri e raccolte in una magica forma di codice o di volume, le parole vergate una per una e lettera per lettera oppure incise sul legno e sul metallo e quindi impresse sulla carta venivano negate, proibite, stracciate, bruciate sui roghi accesi da frati e monaci zelanti oppure da austeri studenti-soldati, non importa poi molto se neri e barbuti taliban o biondi ragazzi in camicia bruna.


Ileana Florescu visita la Siria, questo magico universo di sabbia e d’acqua, di pietra e di montagne verdi, di memorie greche e di memorie crociate, di templi e di chiese e di moschee. Quando Ileana versa gli occhi e il cuore nell’obiettivo della sua macchina fotografica e c’imprigiona dentro l’ineffabile di una città carovaniera o di un bambino che gioca o di un saggio cammello stagliato contro l’orizzonte, sa benissimo che la sua è la stessa stupefacente magia di re Salomone che, secondo la leggenda musulmana, catturava i jīnn, potenti e bizzarri spiriti fatti di fiamma un po’ inferiori agli angeli e ai dèmoni e a metà strada fra essi, e li sigillava in una fiala di vetro – quell’antico vetro di Tiro, spesso e verdastro, dalla pasta piena di bolle d’aria – per liberarli poi dopo qualche istante o molti secoli, felici di uscire dalla loro prigione trasparente e pronti, pieni di gratitudine e di paura, ad obbedirgli. Ma dalla fiala della sua macchina che ruba la luce per fabbricare immagini esce ben altro: esce la bellezza pura e incontaminata e l’orrore senza fine e senza nome, quello dell’odio e della guerra.


Ed è una storia infinita. La bellezza è verità: lo hanno detto in tanti che dev’esser vero. Quale menzogna sta devastando Ma’lula, sta distruggendo Palmyra, sta rovinando Aleppo, sta circondando Homs, sta minacciando il Crac des Chevaliers? La nuovissima, avveniristica, postmoderna crudeltà di un’ideologia di morte travestita da fede religiosa, di una rabbia senza nome che si ammanta del Santo Nome di Allāh Clemente e Misericordioso, di un “Nulla” assetato di futuro che gli imbecilli cercano di propagandare come “oscuro Medioevo” in modo da aggiungere stupidità a stupidità, calunnia su calunnia? O che altro ancora, quali egoismi, quali forme di cinismo o di miopìa?


Le vie dell’Oscurità sono esattamente come quelle della Provvidenza: infinite. I minacciosi tratti di penna dei censori del passato, le rabbiose frecce scarabocchiate su un libro da un inquisitore, il perentorio, assurdo eppure irrefutabile – nel senso etimologico del termine – divieto di leggere quel ch’è stato scritto e stampato appunto per esser letto, erano mezzi per tentar di fermare la libertà e il pensiero esattamente come adesso i cannoni e i missili terra-terra o le menzogne dei politici o le soperchierie delle lobbies: non importa se si alternano o se procedono insieme. Il ventre che ha generato entrambi è ancora gravido, lo è sempre stato finora, lo sarà per chissà quanto altro tempo ancora.


Dal vano sbrecciato del portone della basilica di Mushabbak, inquadrato da ciclopiche pietre squadrate e purissime colonne, s’intravedono le fiamme sinistre di un rogo nel quale ardono dei libri: siamo a Colonia nel Duecento, a Ginevra nel Cinquecento, a Salamanca nel Seicento, a Norimberga nel 1935, in un qualunque Domani da Farenheit? Cambiano i nomi, le parole, gli strumenti, gli interpreti: la musica è sempre quella, il Totentanz dell’ignoranza e della tirannia. Basterà lo sguardo sicuro e sereno del rais Bashār al-Assad, dietro il quale s’intravedono le belle norie e i grandi acquedotti di un paese che ama e sogna sempre l’acqua – i dittatori hanno sempre lo sguardo sicuro e sereno – a farci sorridere se lo decifriamo attraverso i versi dell’Hymne à l’Imprimerie, lui che i giornali li ha sempre fatti chiudere se non stampavano la “sua” verità? Le belle pecore e il bambino felice di Apamea – due simboli cristianissimi – si adagiano sulla pagine di Ernesto Buonaiuti, uno che la gerarchia ecclesiastica perseguitò al punto che fu il regime fascista, ch’egli pur avversava, a difenderlo, e in quelle pagine il grande studioso ci parla della Chiesa di Agostino, erede dell’Impero romano e del suo potere, la Chiesa dei figli dei perseguitati che appena fu loro possibile si fecero persecutori, e abbatterono le are pagane, e chiusero le chiese ariane, e incendiarono le sinagoghe, e uccisero Ipazia, e poi chiusero la scuola d’Atene. Di che ci meravigliamo, del resto? Non è Lager, non è Gulag, il campo di Guantanamo: è la Grande Patria dei Diritti, incluso quello alla ”ricerca della felicità”, a tenerne in ordine i recinti e i fili dell’alta tensione. Il Candide di Voltaire, super- proibito, oblitera senza pietà una moschea, una di quelle che gli jihadisti fanno saltare quando non se ne impadroniscono e che, da noi, politici che blaterano di difendere la libertà a tutti i costi impediscono di far costruire nel nome della Sicurezza. L’arciproibito Principe di Machiavelli avrebbe mai sospettato di poter finire, un giorno, a far da esergo alla silhouette di una fortezza saracena? E che cosa ne direste imbattendovi, inciso sul portone d’ingresso del santuario di San Simeone Stilita, non un invito a pregare e a digiunare di quel digiuno che allarga il cuore e apre la mente, bensì il frontespizio dell’Index librorum prohibitorum, i succedanei del quale sono giunti fin quasi ai giorni nostri? Sta scritto Prohib(itus), un po’ inzaccherato dalla penna del sollecito burocrate, sulla favolosa Via Porticata di Apamea dalle elegantissime colonne a scanalatura spiraliforme? Il Candide è “Proibito di Prima Classe”, con tanto di freccia minacciosa, e si staglia su un panorama di quiete rovine e di alberi verdeggianti che avrebbe fatto invidia al Piranesi. La favola sorridente e lubrica di Alatiel, ingenua e licenziosa principessa araba del Boccaccio riraccontata dal La Fontaine, si perde nel deserto: e in fondo era il suo destino. L’austera Bibbia tradotta in italiano dal Diodati, la “bestia nera” dei cattolici, si sposa benissimo col suo frontespizio dall’ariosa architettura postmichelangiolesca alle perfette, irreprensibili colonne di Palmira. Il saggio filosofico sull’intelletto umano di John Locke giustamente, e mestamente, poggia sulle pareti di un edificio nobilmente costruito ma ormai minacciato dal peso dei millenni (e dalle bombe). E infine, last but not least, la scritta: “Il primo tomo non si dà a nessuno” (che allude al Dei delitti e delle pene del Beccaria) campeggia perentoria tra rocchi di colonne tagliate a metà e cielo azzurro, e lì vicino un bambino in giacca a vento europea e lunga galabyyāh araba si guarda intorno tra l’assorto e il perplesso, come se avesse perduto un manoscritto di Plotino oppure smarrito un piccolo gregge. E tu non sai se è un dulcis in fundo o un in cauda venenum. Grande narratrice, grande artista, grande polemista: tutto questo è la nostra bella Ileana.