La Biblioteca Sommersa
Sergio Bertelli - 2009
Erano giorni che da un cielo plumbeo si rovesciavano su Firenze torrenti d’acqua. Ma quella notte, fra il 3 e il 4 novembre del 1966, l’Arno non riuscì a smaltire le acque portate a valle dai suoi affluenti e Ponte Vecchio fece da diga. Il fiume straripò all’alba. Io mi ero appena trasferito in quella che per trent’anni sarebbe stata la mia nuova città. Avevo affittato un appartamento in una villa di Bellosguardo. Non mi accorsi di nulla, restando chiuso nel mio studio a lavorare, quando una telefonata di Marco Chiarini, lo storico dell’arte appassionato custode di Palazzo Pitti, che abitava in Borgo San Jacopo, mi avvisò che l’acqua aveva invaso le scale del suo palazzo ed era bloccato. Quando finalmente mi resi conto che l’alluvione aveva lambito persino piazza Pitti, il mio pensiero corse subito alla Biblioteca Nazionale. La mattina seguente ero in quella che una volta era stata piazza de’ Cavalieri, adesso del tutto irriconoscibile. La piazza e il lungarno degli Arazzieri erano confusi con il letto del fiume. La sabbia aveva assunto tutti i disegni delle onde impetuose che avevano tracimato gli argini. Come tante api, nugoli di giovani si affaccendavano cercando di estrarre dall’acqua e dalla melma i libri sommersi. Un restauratore ci spiegò che dovevamo metterli di taglio e non coricati, così da consentire all’acqua di defluire e alla creta che li ricopriva di essiccare. Quando, la sera, ritornai a Bellosguardo, un amico americano, Samuel Bernhard, con me borsista a Villa I Tatti, mi avvisò che in Archivio di Stato la situazione era tragica: tutti avevamo pensato alla Biblioteca Nazionale. In archivio il direttore, Sergio Camerani, era chiuso nel suo ufficio, la testa fra le mani, annichilito, incapace di dare ordini. La mattina seguente, giungendo nel cortile degli Uffizi, vi trovai Mina Gregori e Alvaro González-Palacios, anch’essi accorsi, preoccupati per i depositi della galleria. Il crocifisso di Cimabue ormai era andato, ma potevamo raccogliere le nostre forze per salvare le filze e i codici dell’archivio. Fu così che, spontaneamente, ci costituimmo in comitato di salute pubblica. Esautorammo Camerani. Nostro primo pensiero fu di intercettare i giovani che stavano avviandosi verso la Biblioteca Nazionale, dirottandoli verso i depositi dell’archivio. Guido Pampaloni (sarebbe subentrato più tardi a Camerani a dirigere l’archivio) fu inviato a Prato, a reperire scaffalature, mentre Roberto Abbondanza, a quel tempo direttore dell’Archivio di Stato di Perugia, giungeva con due enormi camion dello spedizioniere Gondrad per prelevare l’intero fondo Conventi soppressi, da sistemare negli essiccatoi della manifattura tabacchi perugina. Nel frattempo Samuel Bernhard riuscì a ottenere, dalla base statunitense di Tombolo, un generatore elettrico e così potemmo scendere negli scantinati e formare catene umane che riportassero alla luce i fondi archivistici sepolti dall’acqua. Uno o due giorni dopo, da Roma, con un viaggio fortunoso, giunse mia sorella Livia, con un valigione carico di fiale antitetaniche e antitifiche, così che potemmo improvvisare un’infermeria nella sala di lettura, vaccinando tutti i ragazzi e le ragazze volontari.
Serbo il ricordo del cortile degli Uffizi: ecco allineati centinaia di mattoni di creta che, in realtà, mattoni non sono. La creta del fiume ha trasformato i volumi in altrettanti blocchi compatti, che ora mani pietose di centinaia di volontari, ragazzi e ragazze accorsi d’ogni parte, tentano di far rivivere. Pezzi importanti del nostro passato minacciavano di scomparire per sempre, cancellati dalla nostra memoria. L’Arno si era trasformato nel Lete, il fiume nel quale le anime si immergono, dimenticando i loro peccati. È il fiume nel quale Matelda sommerge Dante (“Tratto m’avea nel fiume infin la gola”, Purgatorio, XXXI, 94).
In ogni libro è racchiusa una storia, sia essa radiosa o drammatica, edificante o crudele. I popoli “senza storia” sono appunto quelli che ignorano la scrittura, che non sono riusciti a tramandare ai figli il proprio passato, che vivono solo nel loro presente e nella trasmissione orale. In quei giorni di novembre il primo imperativo era di liberare quei volumi dalla creta che li rinserrava, far rivivere le pagine che raccontavano una storia pregressa, che altrimenti sarebbe stato impossibile rammentare.
Ma vi è stato anche chi, provocatoriamente, ha sfidato l’acqua, creando un libro destinato a essere letto stando immersi, appunto, nell’acqua. È Libidine. Guida sintetica a una vera degenerazione fisica e morale, di Roberto d’Agostino, stampato da Mondadori nel 1987. “Libro”, come recita il rovescio di copertina, “eterno, lavabile, tattile, inaffondabile, sintetico, afrodisiaco, salvagente, sessualmente degradante, non assorbente”. Le pagine sono di plastica e il frontespizio reca il disegno di un corpo nudo di donna, le cui poppe, soffiando all’interno di una valvola posta all’altezza dell’ombellico, si gonfiano emergendo prepotentemente.
Raccomandazione a fine lettura: “Per sgonfiare, stringere la valvola tra il pollice e l’indice”. In tutt’altro contesto, un’altra cancellazione della memoria fu quella volutamente operata dall’inquisitore, quando condannava al rogo il libro dell’eretico. Peggio ancora, se non riusciamo a ricostruire la civiltà Maya è proprio per la distruzione sistematica dei codici operata dai francescani – giunti al seguito dei conquistadores– che li considerarono libri demoniaci. Il primo ministro dell’imperatore Shi Hiang-ti, il rinnegato Li-Si, è tagliato in due pezzi sulla pubblica piazza, reo di aver “assassinato” centinaia di migliaia di libri (Elias Canetti, Auto da fé). Fernando Báez ha addirittura scritto una Storia universale della distruzione dei libri partendo dall’incendio della biblioteca di Alessandria e dai roghi dell’imperatore cinese Shi Huand-di per arrivare ai saccheggi di Baghdad al momento della caduta del regime di Hussein. Fahrenheit 451è il grado di temperatura dell’autocombustione della carta ed è anche il titolo del romanzo di fantascienza di Ray Bradbury (del 1953), dove, in un mondo alla Orwell, è proibito leggere.
Un corpo speciale di vigili del fuoco è addestrato appunto per bruciare i libri. Purtroppo, il soggetto del romanzo non è originale: vent’anni prima, per l’esattezza il 10 maggio 1933, a Berlino, sulla Opera Platz, ventimila volumi furono dati alle fiamme, a iniziativa dell’Associazione studentesca hitleriana. In una cerimonia di purificazione, nove studenti, l’uno dopo l’altro, gridarono i nomi degli autori “degenerati” che stavano per essere condannati all’oblio.
Fra di loro: Karl Marx, Sigmund Freud, Heinrich Mann. Per Goebbels e Rosenberg si trattava di un fuoco rigeneratore. Ci sarebbe da chiedersi da quali mai collezioni librarie fossero stati sottratti quei volumi. Certo non dalla biblioteca di Adolf Hitler, una raccolta di ben sedicimila opere riunite, a quel che sembra, senza un’idea portante, ma solo dalla bulimia del suo possessore (il Führer si vantava di leggere un libro al giorno!): Don Quijote e Robinson Crusoe, il Peer Gyntdi Ibsen e L’ebreo internazionaledi Henry Ford, Machiavelli e le profezie di Nostradamus. Un autodidatta, che aveva nella testa un ingorgo degno di un lavandino otturato. Che nella lettura cercava solo la conferma dei suoi pregiudizi (si veda Timothy Ryback, La biblioteca di Hitler).
“I libri li brucio”, dichiara Pepe Carvalho, protagonista dei romanzi polizieschi di Manuel Vázquez Montalbán. Perché – come converrà il personaggio presentatosi a lui come il figlio naturale di Borges – “i libri sono come fiammate che scaturiscono dalle nostre mani”. Spiega Carvalho: “Brucio i libri che mi compro con il mio denaro. Non i libri altrui. – Lei brucia libri? – Sempre, se posso. – Ma libri importanti? Per esempio lei brucerebbe il Don Chisciotte? – Uno dei primi che ho bruciato. Se non fossero importanti, perché bruciarli?” (Manuel Vázquez Montalbán, Il quintetto di Buenos Aires). Se salva la Guida di Buenos Airesdi Horacio Vásquez, è perché un domani potrebbe tornargli utile, ma prova una sottile soddisfazione nel fare a pezzi e dare alle fiamme Cubadi Hugh Thomas (ancora nel Quintetto di Buenos Aires). Dunque le sue decimazioni sembrano non essere proprio del tutto gratuite.
“I libri che servono a qualcosa non li brucio”, dichiara a proposito del Manuale dell’asador argentino di Raúl Murad. In base allo stesso principio, da buon gourmet, risparmia Il talismano della felicità di Ada Boni, “la bibbia della divulgazione culinaria italiana” (Montalbán, Il labirinto greco) e bisogna fare tanto di cappello a chi tiene in frigorifero un Puilly fumé, un Sancerre e uno Chablis. Mentre si rammarica di non poter distruggere, avendolo già fatto una prima volta, da ubriaco, una copia del Peter Pandi James Matthew Barrie, condanna al rogo Le vene aperte dell’America latinadi Eduardo Galeano, Adán Buenos Aires di Leopoldo Marechal, l’opera completa di Jorge Luis Borges, e ancora Ernesto Sábato, María Dolores Asís Garrote, Osvaldo Soriano, Macedonio Fernández, Adolfo Bioy Casares (Montalbán, Il quintetto di Buenos Aires).
Quale filo logico persegue Ileana Florescu, quando affida i libri all’acqua cristallina del mare di Sardegna, fotografandoli al contempo, come a testimoniarne l’avvenuta distruzione? Distruzione, o purificazione? L’acqua non separa strati diversi di purezza? Con l’acqua, bisogna riconoscerlo, Florescu ha un rapporto speciale. La mostra “Grafie” era un vero e proprio disegnare sull’acqua. In taluni scatti è possibile leggere nelle pagine fluttuanti alcune righe di stampa e, dunque, attraverso di esse risalire al libro sommerso. In tal senso diviene importante sapere la scelta che è stata compiuta. È inconsapevole o non, piuttosto, consapevole? Sarà lecito domandarsi quali vini custodisce nel suo frigorifero? O vi è forse una bottarga di muggine sardo? Lo chiedo ben sapendo quanto la Sardegna sia una parte importante del suo lavoro. Penso alla serie dei Meteoriti, graniti semimmersi negli stagni dell’isola, e che, visti attraverso la sua sapienza di fotografa, perdono qualsiasi riferimento spazio-temporale, librandosi nell’aria immota. Non più pietre ma adesso libri. Ricerca di un soggetto inusitato, creazione di un cromatismo esaltato dalla trasparenza? Perché è indubbio che questa volta la scrittura ha ceduto il passo alla pittura. Ma è altrettanto sicuro che – non sembri paradosso – certi scatti richiamano il giudizio del “figlio naturale di Borges”: i libri come una fiammata, una fiammata di mare.