«NON È – NON PUÒ ESSERE – REALE»
Ester Coen
Cancellare le vestigia di una civiltà è l’attuazione di un disegno criminoso. Distruggere i suoi simboli, le fondamenta di una possibile rinascita, rappresenta la rimozione stessa dei principi di quella che è stata una storia millenaria di conquiste, di cultura, di progressi, di sapere, di conoscenza. La follia di un’epoca che tutto annienta nel sangue e nella distruzione. Luoghi leggendari che solo il virtuale, impalpabile e incorporeo, potrà ormai restituire al nostro sguardo. Il dramma di intere popolazioni nella spietata esplosione di brutali efferatezze, una delle pagine più oscure di quanto è riuscita a generare la cosiddetta “modernità”. Forse neanche la più fertile delle fantasie avrebbe potuto prevedere all’alba del XXI secolo simili ferocie e atrocità, frutto peraltro di politiche insensate, di interessi e di accordi scellerati. Un fanatismo tanto crudele quanto incomprensibile sta scuotendo il mondo intero, concentrato in particolare in un’ampia fascia del Medio Oriente, sul territorio siriano e sui suoi straordinari monumenti.


Di quella storia Ileana Florescu è una tra le ultime testimoni. Incuneate nella memoria, poi su supporto cartaceo, le sue immagini rimandano a secoli e secoli di magnificenza, di bellezza, di incroci di civiltà. Nella sovrimposizione di altre pagine, accese ancora su passati offuschi, pagine che risalgono alla superficie, sulla trasparenza del foglio, nel discreto emergere di segni flebili e di scritte a ricordare altri momenti di oscurantismo che hanno tentato di sopprimere l’indelebile traccia della parola, Ileana fissa un doppio registro di lettura. Da una parte le foto catturate nel 2011 con l’occhio del turista, lei stessa ignara della forza sotterranea che quegli scatti avrebbero significato a distanza di soli pochi mesi con la brutale coincidenza delle tragiche azioni del califfato sul mondo antico così straordinariamente ricco di commistioni linguistiche e religiose. Dall’altra le foto di rare prime edizioni messe all’indice dal Santo Uffizio dal 1559 al 1948. Dal passato al presente, dal potere censorio della Chiesa a quello cieco di gruppi indottrinati, carichi di odio e assetati di vendetta, ma anche forti di incalcolabili appoggi economici. Che, contro questa tragedia il mondo non abbia ancora individuato una strategia, che sia impotente davanti all’offensiva effusa, spietata e incontrollabile, è agghiacciante. E che non si trovi una via per combattere la sorda opposizione sistematica dei gruppi fondamentalisti è e rimarrà una macchia indelebile a disonore dell’umanità.


Ileana ha costruito, su immagini semplici di monumenti e paesaggi rimirati lungo un affascinante viaggio, una sequenza che parla contemporaneamente di bellezza e incanto, lacerazione e pena, interdetti e perdite. Da scarne istantanee e veloci riprese per fissare alcuni momenti, colori, atmosfere magiche di luoghi esotici, queste immagini sono divenute una sorta di memento. Quello che fu, quello che è stato difeso con il sangue di sacrifici umani, quello che forse non sarà più. E ad apparire sulla pelle del foglio, quasi un tatuaggio sbiadito dal tempo, i segni delle proibizioni della Chiesa su testi che in epoche passate, ma neanche troppo remote, apparvero carichi di insidie, di note rivoluzionarie, di informazioni segrete, di interpretazioni negate. Una lunga lista di nomi celebri accompagna le foto-grafie che hanno perso la freschezza fulminante dell’attimo per trasformarsi nella fantasmatica apparizione di qualcosa di lontano, di ormai irraggiungibile. Marchiate tuttavia da caratteri tipografici diversi, da lingue o elementi decorativi a segnalare l’impossibilità di una eclissi totale nell’età della rete, a ricordare ugualmente che il rimosso, soprattutto se in modo così violento e così tirannico, tenderà sempre a riaffiorare per quanta sabbia vi si possa depositare sopra.


Eppure ci furono tempi di diverso ardire; tempi in cui donne spericolate e forti, tediate dalla vita borghese o aristocratica si spinsero con straordinario spirito d’avventura verso l’ignoto, verso quelle regioni oggi devastate, saccheggiate e a rischio di sparizione. Come ad esempio Lady Hester Stanhope, che si guadagnò l’epiteto di avventuriera, oltre ai più nobili di Regina di Palmira, Circe del Deserto, Sibilla, novella Zenobia: figura bizzarra descritta da Alphonse de Lamartine nel suo Voyage en Orient, prima donna europea a entrare nel 1813 a Palmira in abiti beduini dopo aver attraversato ampie zone di impervio deserto presidiate da nomadi saccheggiatori, spingendosi in quello spazio geografico così misterioso e così pieno di vestigia del grandioso passato, visitato e descritto già diversi decenni prima da spiriti inquieti e curiosi in cerca di territori altri. Così per esempio Costantin François Volney che trasfigura la visione della città abbandonata di Palmira, piena di tracce antiche, nell’immensa metafora politica di quello che sarà il destino della Francia.


Ma sulle orme di Lady Stanhope quarant’anni più tardi, l’impavida compatriota britannica Jane Digby, attratta dal mito di Palmira, dalla sua storia, dalle rovine di quell’oasi magica tra le dune solitarie a centinaia di chilometri da Damasco, approdò in fuga da un’Europa che mal vedeva le sue licenziose liaisons con il mondo dell’alta diplomazia e delle corti reali. Donna colta e di grande educazione, oltre che di rara bellezza e di straordinario fascino, nel pieno della maturità non farà più ritorno in occidente. Stregata da uno sceicco di una ventina d’anni più giovane si inserirà nella vita locale e nelle abitudini del deserto dedita a una vita diversa, imparando il dialetto della tribù della sua nuova gente, ormai pratica anche degli animali e delle armi: “mungeva i cammelli, serviva il marito, gli preparava da mangiare, gli porgeva l’acqua per lavarsi le mani ed il viso, si sedeva per terra, gli lavava i piedi, gli offriva il caffè ed il narghilè e, mentre lui mangiava, ella stava ad aspettare e si gloriava di fare tutto ciò”.


È Isabel Burton che, in Siria dal 1870 insieme al marito esploratore, etnologo Richard, nel descrivere la sua amicizia con Jane Digby, traccia attraverso le memorie un tutt’altro che attraente ritratto dello sceicco dalla pelle scura e dalle maniere di certo meno signorili della compagna. Ma la descrizione dell’arrivo a Palmira ci fa dimenticare la venatura colonialista e i commenti sugli indigeni: “a prima vista Palmira appare come un reggimento di cavalleria schierato su una singola linea; ma nell’avvicinarci gradualmente le rovine cominciarono a risaltare a una a una alla luce del sole e uno spettacolo grandioso mai visto prima, così colossale, così esteso, tanto abbandonata appariva questa splendida città dei morti che sorgeva, per metà sepolta, in un oceano di sabbia. Si aveva l’impressione di vagare in un mondo dimenticato dal tempo”. Altra coppia catturata dalla foga del viaggio, quella della nipote di Lord Byron, Anne Blunt e suo marito, forte oppositore del regime vittoriano, alla ricerca di destrieri arabi da importare nella “perfida Albione”. Tappa di questo pellegrinaggio, la bella città del deserto che nei diari della nobildonna viene chiamata Tadmor dal suo nome arabo.


Ma due soli anni separano queste visioni ancora romantiche dal filone esoterico inseguito da stravaganti figure a cavallo tra mistica e mistificazione. Madame Lydie de Paschkoff, sedicente contessa russa – come si narra – in un viaggio epifanico in Siria, incrocia Madame Helena Blavatsky da poco instradata sulla via della teosofia. Sarà un incontro rivelatore per la varietà di motivi che quell’Oriente segreto, i suoi riti e le sue storie ispirano alle due signore in cerca di atmosfere magiche e occultistiche, non senza però aver abbandonato lungo gli impervi tracciati del deserto le buone abitudini culinarie europee: “conserve, minestre, aragosta, asparagi, patés, arrosti di vitella e pollo, per finire con un buon budino di prugne, il tutto ben accompagnato da un eccellente vino della Borgogna, da un buon Champagne, senza contare il caffè, il raki e i liquori”.


Ben più impegnata invece Gertrude Bell, archeologa per interesse, agente segreto per vocazione, in Medio Oriente tra la fine dell’Ottocento e gli albori del Novecento, che vestirà un ruolo fondamentale nella creazione dello stato iracheno. Nei suoi viaggi l’impatto con Palmira sarà sorprendente soprattutto per il colore della pietra, “un calcare bianco che sembra marmo e si colora di un giallo oro come l’Acropoli” e per le famose tombe “a torre, alte quattro piani, alcune più danneggiate, alcune meno, in gruppo o lungo i bordi della strada”. “Petra esclusa – scriverà la Bell –Palmira è la cosa più bella che abbia visto in questo paese”. Mentre nel lungo racconto della grande signora del mistero, Agatha Christie, al seguito del marito archeologo Max Mallowan negli anni trenta del Novecento, l’incantata città di sabbia si tinge di note inattese: “È meravigliosa, fantastica, incredibile, con tutta l’inverosimile teatralità di un sogno. Corti e templi e colonne distrutte… Non sono mai riuscita a decidere cosa penso davvero di Palmira, per me conserva sempre il carattere onirico della mia prima impressione. Testa e occhi doloranti me l’hanno fatta apparire più che mai come una febbrile allucinazione! Non è – non può essere – reale”.
Così come i luoghi archeologici e la Siria tutta non sembrano reali nelle immagini di Ileana, ultima tra le audaci, avventurose esploratrici di quella magnifica regione. Luoghi di fascino, di desolazione ora, luoghi che attraverso queste immagini e i segni di strati di codifiche diverse, attraverso trasparenze e velature di forme e di epoche, si staccano ancor più dal piano di realtà per divenire icone di uno spazio senza tempo. E nella sovrimpressione dei livelli, quelle fortuite coincidenze, occasionali solo in apparenza, rimandano a qualcosa di ancora diverso: alla sincronia di ciò che sembra accidentale ma non lo è. Alla fatalità, su una superficie unica, dell’imprevisto coincidere di rimandi che si depositano lì dove forse erano da sempre destinati. Ed è come se per magia, attraverso l’obiettivo di una semplice macchina fotografica diretto dal vigile occhio di Ileana, luoghi e tempi si mescolassero nel territorio impenetrabile della memoria, ancor più nebulosi e sfocati per gli strati successivi di testi impressi che allontanano e dislocano la decifrabilità del tutto. Allora nel magnifico travestimento dell’immagine si ritrovano insieme il senso più profondo della denuncia per lo scempio culturale e l’olimpica, flemmatica, saggezza di chi vede nel deserto orizzonti dissimili e sempre più sconfinati.