Ileana Florescu
Edoardo Sassi - 2014
Ileana, dunque: Ileana Florescu ha una energia e una curiosità intellettuale, della vita, del mondo, che la porta a trasfigurare senza sosta, non necessariamente in maniera lirica, ma plastica sì, quasi tutto ciò che la circonda. Ileana è un’iperattiva, è donna, è madre, è fotografa, è una creatrice di comunità, è una curiosa, è almeno mille altre cose ed ha una forza, prima ancora che una creatività, tanto esuberante che tende a spalmarla sulla sua intera esistenza (se parli con Ileana al telefono sei certo che ci sarà qualcosa da sentire, da fare, qualcuno da incontrare, da ascoltare, tutto a breve). Questo è un tratto tipico a mio avviso anche dei suoi lavori, che solo per comodità di etichetta possono definirsi fotografici. Al di là infatti degli esiti formali, le immagini di Ileana Florescu sono sempre elaborazioni di lunghi e meditati progetti in cui si sommano pensieri, azioni, riflessioni, rimandi alla storia dell’arte e alla letteratura (solo dall’operosa fantasia di Ileana e dalla sua continua corsa dentro la vita si potevano ad esempio generare dei neo-fotoromanzi di sua invenzione, che dietro ogni singolo quadro/scatto celano citazioni letterarie, intrecci personali, storie, scrittori americani, parenti, case d’autore, pensieri profondi, figli, fidanzate di qualcuno… E solo Ileana poteva convincere schiere di amici-conoscenti-passanti-baristi-nobili a indossare costumi d’epoca facendosi ritrarre con espressioni estatiche adagiati su covoni di fieno). Trasformatrice di banalità, Ileana Florescu. E dispensatrice di energie positive. Questa sua opera, multicircolare, luminescente, psichedelica, dinamica, sia centrifuga che centripeta, ungherese (nel senso di László Moholy-Nagy) più che italiana (futurismi e opticalismi vari) le somiglia. Ed ero certo che fosse nata da uno dei suoi procedimenti di sottrazione di banalità. Nel dubbio, l’ho chiesto a lei direttamente. E ipse (Florescu) dixit: “L’anno scorso, a Miami, ho fotografato dal quarantesimo piano le luci della città, come se avessi il pennello, o piuttosto un pennarello, in mano. Sulle luci urbane hanno lavorato molti fotografi e il rischio era uno scatto banale. Lavorando invece con un diaframma molto chiuso, e muovendo l’obbiettivo con messa a fuoco sui fari delle macchine in lontananza e su alcuni cartelloni pubblicitari illuminati, mi sentivo un po’ la ragazza with kaleidoscope eyes, ricordi la canzone dei Beatles, Lucy in The Sky with Diamonds? Il risultato, che non ha alcuna manipolazione digitale, mi piaceva: un’astrazione quasi sonora, un po’ jazz, un po’ pop, un flash, un divertissement che mi sono concessa. Il titolo, Già visto, ironizza sulle molte fotocopie mai dichiarate come tali di cui il mercato dell’arte è saturo. Tutt’altro che già visto è invece il convertire in bianco e nero, per poi invertirli, gli altri scatti della serie, così come ho poi fatto. Faranno parte assieme a Già visto di una mostra dal titolo The pencil of light con riferimento al primo libro commerciale di fotografie di W. F. Talbot (1844-46) dal titolo The pencil of Nature. Ma questo non si vedrà. Mi fa però piacere che tu sappia da dove parto e dove arrivo”.
Errore, cara Ileana. Di te al massimo si può sapere, e con il tuo aiuto, da dove parti. Ma mai dove arrivi. Questo lo si scopre solo vivendo e provando a seguire il tuo gioioso, perenne, multicentrico divenire.