Habent sua fata libeli…
Mihai Oroveanu - 2010

La serie di fotografie che Ileana Florescu ci propone per la sua prima mostra a Bucarest fornisce, senza alcun dubbio, un’occasione per riflessioni interessanti. Per molti l’oggetto delle sue immagini potrebbe essere irrilevante ma, per altri, è talmente prezioso che il suo gesto – e l’autrice ne è ben consapevole – rasenta il sacrilego.
Dovremmo dunque sprofondare nelle pregnanti risonanze evocate dai libri sommersi o ricordare le più recenti catastrofi naturali? Siamo indotti ad immaginare un incidente fortuito all’origine della sua avventura fotografica o a riconoscere invece che siamo di fronte ad un atto premeditato solenne e sacrificale? Ci troviamo alla presenza di un diffuso Vanitas o siamo, nostro malgrado, complici di un’ironia postmoderna che sfiora il cinismo? Dovremmo forse scorgere in questo oggetto deperibile – il libro – il portatore (o contenitore) di un messaggio il cui spirito si libera nell’eterna mutevolezza del mare? Qualunque sia il punto di partenza, l’oggetto divenuto mezzo non sopravvive alla sua decomposizione fisica. In realtà l’immagine del libro immerso nelle profondità marine può essere vista come una nuova versione del Transi, il corpo colpito dalla morte, nel processo di putrefazione. Il glutine della carta di riso è sicuramente più solubile della copertina in poliestere del libretto di Mao.
Osservando queste foto viene irresistibilmente in mente Debussy già indirettamente citato da Sergio Bertelli nel suo intervento sul lavoro di Ileana Florescu; si pensi a La Mer e a Reflets dans l’eau ma soprattutto a La cathédrale engloutie, che ha suggerito il titolo stesso di questa mostra La biblioteca sommersa. L’ambivalenza che permea la serie di fotografie di Ileana Florescu evoca la leggenda bretone che ispirò al compositore il suo preludio: nel IV-V secolo, la città di Ys fu sommersa da un onda gigante come segno dell’ira di Dio contro l’umanità peccaminosa. Alla stessa stregua, i libri sono stati gettati in acqua per ricordare l’umana indifferenza nei loro confronti. Ma la leggenda vuole che ci sia una possibilità di redenzione: ci dice, infatti, che in certi giorni quando il mare è calmo, si possono udire le campane delle chiese di Ys. C’è un messaggio di speranza nella bellezza di queste fotografie che, attraverso l’immersione nell’acqua, non parlano solo di sacrificio e di punizione ma anche di riscatto. Ad ogni modo, possiamo anche scegliere di ignorare quanto detto sopra ed ammirare invece le composizioni astratte, le inquietanti e sempre mutevoli figurazioni dove forma e fondali si muovono e le sabbie sono in movimento attraverso la luce sapientemente studiata dall’artista portando l’aneddoto fuori dal tempo e dallo spazio.
“Ho ripreso ancora certe cose impossibili da fare: dell’acqua con l’erba che ondeggia sul fondo… meravigliosa a vedersi, ma c’è da impazzire a volerla dipingere” scriveva Monet nel 1890. Ileana Florescu usa la macchina fotografica per perseguire ciò che nella pittura è antichissima ambizione: quella di rappresentare ciò che rappresentabile non è.