UN LIMPIDISSIMO ABBRACCIO
Diego Mormorio - 2009
È mattino e nella luce cristallina del giorno il mare di Sardegna è come un tenero, limpidissimo abbraccio. Una donna avanza nel silenzio, reso ancora più profondo dallo stridere di un gabbiano. Va verso l’acqua, con un libro e una macchina fotografica in mano. Con passi lenti – una lentezza che sembra far parte di un rito – cammina per qualche metro dentro la vastità del mare, poi si ferma e lascia cadere il libro nell’acqua. Ne osserva per alcuni istanti la trasformazione. Porta la macchina fotografica all’occhio e lo fotografa, una due, diverse volte. Poi raccoglie il libro e ritorna verso la riva.
La donna è Ileana Florescu, una fotografa che cerca – e trova – una realtà visiva che trascende l’ordinaria visibilità quotidiana. Una fotografa che attraverso il realismo della fotografia giunge a un universo fantastico che sembrava un tempo inimmaginabile. Se avesse visto le fotografie di Florescu, infatti, Baudelaire, quasi certamente, non avrebbe scritto la sua famosa invettiva contro la fotografia, pubblicata su “Revue française” il 10 giugno 1859.
“In questi nostri tempi tristi – scriveva Baudelaire –, è sorta una nuova industria che ha contribuito non poco a rafforzare la stupidità nella propria fede e a distruggere quanto poteva restare di divino nello spirito francese. Va da sé che questa folla idolatra esigeva un ideale degno di sé e conforme alla propria natura. Nella pittura e nella scultura, il Credo attuale della società altolocata, soprattutto in Francia (e non credo che nessuno vorrà sostenere il contrario), è il seguente: ‘Credo nella natura e non credo che nella natura (e vi sono buoni motivi per questo). Credo che l’arte sia e non possa essere se non la riproduzione fedele della natura (una setta timida ed eretica pretende che siano scartati gli oggetti di natura ripugnante, quale un vaso da notte o uno scheletro). Perciò l’industria che ci desse un risultato identico alla natura sarebbe l’arte assoluta’. Un Dio vendicatore ha esaudito i voti di questa moltitudine. E Daguerre fu il suo messia. E allora la folla disse a sé stessa: ‘Giacché la fotografia dà tutte le garanzie desiderabili di esattezza (credono proprio questo, gli stolti!), l’arte è la fotografia’. Da allora, la società immonda si riversò, come un solo Narciso, a contemplare la propria immagine volgare sulla lastra. Una frenesia, uno straordinario fanatismo si impossessò di tutti questi nuovi adoratori del sole”.
Questa invettiva scaturiva da quello che nell’autore dei Fiori del male può essere definito un vero e proprio mito: quello dell’immaginazione, dal quale il poeta faceva dipendere non soltanto il risultato creativo, ma anche la vita di tutti i giorni. Per Baudelaire l’immaginazione era il centro di tutto.
“L’immaginazione – scrive – è l’analisi, è la sintesi, e tuttavia anche uomini capaci nell’analisi e non negati nel ragionamento riassuntivo, possono mancare d’immaginazione. Essa è questo e il contrario di questo. È la sensibilità, quantunque poi vi siano persone sensibilissime, forse troppo sensibili, che ne sono sprovviste. L’immaginazione invero ha appreso all’uomo il senso morale del colore, del contorno, del suono e del profumo. Essa ha creato, al principio del mondo, l’analogia e la metafora. Essa scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo regole di cui non si può provare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo. Poiché ha creato il mondo (lo si può affermare anche, credo, in un’accezione religiosa), è giusto che governi. Che cosa mai si può dire di un guerriero senza immaginazione? Può essere un ottimo soldato, ma se sarà alla testa di un esercito, non farà nessuna conquista. Ciò si può paragonare al caso di un poeta o di un romanziere che togliesse alla facoltà immaginativa la direzione delle altre facoltà per trasferirla, ad esempio, alla conoscenza della lingua o all’osservazione dei fatti. Che dire di un diplomatico senza immaginazione? Può conoscere benissimo la storia dei trattati e le alleanze nel passato, ma non riuscirà a vedere i trattati e le alleanze implicite nell’avvenire. Di uno scienziato senza immaginazione? Egli può aver imparato tutto ciò che, come materia d’insegnamento, poteva essere appreso, ma non troverà mai le leggi ancora da scoprire. L’immaginazione è la regina del vero, e il possibile è una provincia del vero. Essa è concretamente congiunta con l’infinito”.
Agli occhi di Baudelaire, la fotografia appariva come una acerrima nemica dell’immaginazione e, come tale, non poteva appartenere all’universo della creatività. Essa poteva semmai aspirare a essere “l’ancella delle scienze e delle arti, ma ancella piena di umiltà”. Qualcosa come la stampa e la stenografia per la letteratura, dice.
Il padre della poesia moderna oppone alla fotografia tutta la forza dell’arte del passato e, difettando su questo punto dell’immaginazione che egli pone al centro di tutto, non riesce a scorgere alcuna possibilità di riscatto per la nuova invenzione. Anzi, come si è visto, per Baudelaire la fotografia non doveva neanche compiere questo tentativo: non doveva esserle concesso di sconfinare, di uscire dal ristretto campo della riproduzione, della pura documentazione. In questo suo giudizio c’era, per dirla con Giovanni Macchia, suo grande studioso, la posizione leonardesca portata alle estreme conseguenze, l’esaltazione del mondo spirituale del colore come sede incorrotta dell’immaginazione; c’era tutto il suo amore per Delacroix e tutta la sua avversione per Horace Vernet e Paul Delaroche, il pittore che aveva accolto entusiasticamente la fotografia e che aveva visto diversi dei suoi allievi diventare famosi fotografi – Charles Nègre, Henri Le Secq, Gustave Le Gray, Roger Fenton –: cosa che agli occhi dell’autore dei Fiori del male non era altro che la conferma del fatto che la nuova invenzione costituiva “il rifugio di tutti i pittori mancati”.
Se il poeta avesse conosciuto le immagini di autori come Ileana Florescu, tutta la sua teoria antifotografica sarebbe crollata. Florescu – e gli autori come lei – mostrano chiaramente, infatti, che la fotografia può ben albergare in quel regno del vero che per Baudelaire ha la sua regina nell’immaginazione: in quella capacità che si congiunge con l’infinito.

Quella di Ileana Florescu è una ricerca fotografica che ha una sua particolare specificità, e che in questi anni – una decina ormai – ho visto crescere straordinariamente, in un modo che avevo previsto, a partire da un nucleo di immagini che mi aveva subito fatto capire di trovarmi davanti a un’autrice di indiscutibile talento. A presentarci fu un nostro comune grande amico, Arturo Patten, eccelso ritrattista e personaggio sopra le righe, il quale un giorno ci trascinò alla Sala Umberto per vedere un musical surreale sulla mafia. La seconda volta che ci vedemmo fu sempre per via del nostro amico: alla sua commemorazione funebre, alla chiesa Nuova. Qualche tempo dopo, incontrandolo per caso, Nico Tucci che era stato assistente di Patten, mi disse: “Ricordi Ileana Florescu? Fa delle belle fotografie, dovresti vederle”. Fu così che il nostro carissimo amico ci fece incontrare per la terza volta.
Colpita dal ritratto che Arturo Patten le aveva fatto, Florescu avrebbe voluto diventare sua assistente, ma “ignara com’ero – mi disse – della tecnica fotografica mi rendevo conto di non esserne all’altezza”. Per pudore non seppe chiederglielo. E credo sia stato un bene, per diverse ragioni.
Andando a trovarla nello studio che aveva messo in piedi, mi resi conto che Tucci aveva ragione: quelle di Ileana Florescu erano davvero delle fotografie interessanti, tanto che le proposi subito di fare una mostra nella galleria che allora dirigevo. Erano immagini in cui mare e cielo si abbracciavano, e le pietre che affioravano sulla costa sarda sembravano giungere dalle vastità galattiche. (Una di queste la guardo ogni mattina e tutte le sere: è di fronte al letto in cui dormiamo mia moglie e io. Mi comunica un senso ulteriore di serenità).

“Non credo si nasca fotografi – mi scriveva Ileana Florescu un paio d’anni fa –, lo si diventa. Almeno nel mio caso. Si nasce invece pittori, poeti, scrittori. Tre campi che mi hanno sempre attratto e nei quali non ho mai avuto né perseveranza, né fortuna. Piccole promesse forse, niente di più; soprattutto grandi insicurezze. Per anni ho abbracciato dunque il campo della ricerca storica che mi ha dato molto e al quale devo altrettanto; innanzitutto un metodo o meglio una metodologia; poi il rigore, il rispetto per i tempi spesso lunghi che precedono le piccole o grandi scoperte, il desiderio di far avanzare la ricerca. Le velleità artistiche le tenevo nascoste sin quando non ho capito che la fotografia mi avrebbe permesso di sfruttare la pittura non da protagonista ma da spettatrice; non più come fine quindi ma come mezzo visivo e critico. La fotografia riproduce. L’aspirazione non era di riprodurre ma di ricreare. Cioè di dipingere, scrivere, disegnare, astrarre: con la luce. Che cosa potevo chiedere di più? Avevo cancellato per sempre l’angoscia del foglio o della tela bianca che si poneva a me come una minaccia, un vuoto azzerante. Il momento in cui ho constatato che ciò poteva accadere – e mi è accaduto sette anni fa – mi sembrava una magia. Una magia che ho voluto ripetere e che a tutt’oggi è il filo conduttore della mia ricerca”.
E più avanti: “Non mi sono mai interessata al quotidiano, né a una indagine di tipo antropologico. Rifuggo le tre unità aristoteliche, tempo, luogo, azione, che così bene si condensano nella fotografia odierna. Il mio sguardo non è dunque il frutto di un occhio fisico che documenta la realtà, né quello della macchina fotografica che la documenta in modo traslato ma pur sempre reale, bensì di un occhio noetico che nella migliore delle ipotesi diventa poetico. Un terz’occhio”.
Queste considerazioni mettono bene in luce la natura dello slancio di Ileana Florescu verso la fotografia: il suo cogliere il mondo attraverso la macchina fotografica. C’è però un punto sul quale vorrei tornare, perché mi sembra importante per capire qualunque lavoro creativo. Florescu dice: “Non credo si nasca fotografi, lo si diventa. Almeno nel mio caso. Si nasce invece pittori, poeti, scrittori”. Ecco, io credo che non si nasca nulla di precisamente definito, ma che tutto si diventi studiando e lavorando, vivendo e prendendo dal passato non meno che dall’infinito dello spirito. Uno dei più grandi uomini del Novecento – forse il più grande –, Pavel Florenskij, in una lettera che inviò alla figlia Olen dal gulag delle isole Solovki in cui la polizia comunista lo tenne lungamente rinchiuso (prima di ucciderlo in un bosco intorno a San Pietroburgo l’8 dicembre 1937), scrive: “In Bach sento un artigiano. Non prendere questa mia parola come un’offesa. Ho grande stima e ammirazione degli artigiani, soprattutto di quelli di un tempo, anzi, dirò di più, mi piacerebbe tanto essere un artigiano. Ma si tratta di una costituzione di spirito del tutto particolare: abitudini ed esperienza ricevute in eredità e formate nel corso dei secoli, maestria senza foga e senza ispirazione, o più precisamente senza un’ispirazione di quel dato momento, un lavoro che il maestro può cominciare in qualsiasi momento e interrompere in qualsiasi momento senza danno. Probabilmente si tratta del tipo più sano di processo creativo, che scorre sempre entro argini ben precisi, senza sofferenze, senza ansie, senza romanticismo, senza lacrime e senza estasi, con una tranquilla sicurezza nella propria mano, che sa già da sé che cosa deve fare”.
Questa lettera di Pavel Florenskij ha il valore di richiamare al senso artigianale di ogni esercizio creativo: di vedere l’arte non dominata dall’ispirazione, ma come frutto dell’esercizio e della consapevolezza. Si prendano, ad esempio, le immagini che Ileana Florescu ha raccolto in questo libro. A qualcuno potrebbe sembrare che ci sia una misteriosa – miracolosa – corrispondenza tra le parole dei libri gettati in acqua e le atmosfere coloristiche delle singole fotografie che perfettamente si sposano con il contenuto del libro lasciato cadere nell’acqua. In realtà, l’autrice non ha proceduto seguendo l’accidentalità, ma cercando la forma. Ha, cioè, per ogni libro e per ogni frase che aveva in mente cercato di ritrovare nell’acqua una forma appropriata. Ha fotografato avendo nella testa un preciso risultato estetico. Tanto che possiamo dire: in queste fotografie il mistero e il miracoloso appaiono nello stesso modo in cui appaiono in ogni autentica opera della creatività umana: frutto della volontà, del bisogno e, al tempo stesso, dello slancio verso l’increato. Verso la capacità di fare e di cogliere la bellezza, che altro non è che il vero miracolo che alberga il mondo. La bellezza come esercizio quotidiano e come dono che continuamente ci giunge dal mondo. Ma veniamo alla domanda che sorge spontanea in ognuno che si pone di fronte a queste fotografie di libri caduti in acqua: perché quelli e non altri? A questa esplicita interrogazione, Ileana Florescu mi ha dato, via internet, una risposta che mi sembra utile pubblicare nella sua interezza: “Caro Diego, quando d’estate in Sardegna ho avuto l’idea dei libri sommersi non avevo accesso a una libreria (mancava una macchina per andare in città). Quello stesso giorno veniva ospite da noi a Capo Ceraso Isa Danieli, la grande attrice napoletana. Tale era la mia frenesia che l’ho chiamata chiedendole di passare alla Feltrinelli dell’aeroporto Olbia Costa Smeralda, appena fosse arrivata, per comprare due o tre classici di sua scelta. Mi divertiva l’idea di creare una biblioteca, più che mia, ‘degli altri’. Basarmi cioè sulla casualità delle loro scelte. Isa mi portò Orazio, Tutte le opere, e Dumas, Il visconte di Bragelonne, tradotto però in italiano.
Primo grande dilemma: potevo io, che ho una idiosincrasia per i traduttori a meno che non siano essi stessi grandi autori (Quasimodo che traduce i lirici greci) immortalare Dumas in italiano? Se non avessi trovato la citazione di Robert Louis Stevenson (che ha letto Il visconte cinque o sei volte) come titolo della serie, avrei cestinato i miei scatti fossero stati anche miracolosi. La citazione è la seguente: ‘Molte buone anime lo leggeranno tradotto, ma nessuno stile è così intraducibile, leggero come la panna montata, forte come la seta, genuino come un racconto paesano, appropriato come il rapporto d’un generale; con tanti difetti, mai noioso; senza merito sempre giusto’ (Robert Louis Stevenson, Introduzione, in Alexandre Dumas, Il visconte di Bragelonne). Perché dovendo scegliere tra una immagine e un testo butto via l’immagine.
Finito di lavorare a questi due libri come procedere? Niente di più semplice. Avrei chiesto ai miei amici di consentirmi di annegare le loro letture estive. Non ne ho trovato uno che volesse mollare il suo libro. Hai voglia spiegargli: ‘ma sarà immortalato per l’eternità. È una nobile causa’. Niente. Manco i figli mi sono stati complici. Per mia suocera era un vero e proprio delitto. Mi sono resa conto che buttare un libro in acqua è tabù. Ho allora buttato io in modo disordinato, dai grandi autori che mi hanno segnato, ai testi più profani, giocando anche con una certa ironia: I ristoranti d’Italia con quel ‘finale alto’: ‘gelato al curry’, il catalogo di Sotheby’s con i 30.000-40.000 euro per una foto di Cartier Bresson, la spiegazione di come si semina una rapa, dedicata a tutti i giovani che credono che le rape nascano sugli alberi. In alcuni casi per un fatto cromatico ho scelto delle copertine colorate per variare i toni delle immagini. Oggi Vickie Kan mi dovrebbe mandare da Beijing Il libretto rosso di Mao Tse-tung e Il sogno della camera rossa di Ts’ao Hsüeh-ch’in; Angelo Palma, invece, mi ha appena reperito una bellissima edizione delle Mille e una notte, ambedue ovviamente in lingua originale.
Non sai la difficoltà che ho avuto nel cercare questi due libri (che spero di avere il tempo anche meteorologico per fotografare) in lingua originale nonché le facce dei librai che nelle librerie cosiddette internazionali non conoscendo né russo, né cinese, né persiano, non sanno quello che tengono sugli scaffali (altro che globalizzazione!). A varie riprese la conversazione era più o meno la stessa: ‘Scusi’ – chiedo al commesso – ‘ha Padri e figli di Turgenev in russo?’; ‘Credo di sì’, mi viene risposto e vengo portata al reparto dei pochi volumi di letteratura in russo; ‘Già ma quale di questi è Padri e figli?’, richiedo. La riposta è lapidaria: ‘Scusi ma se lei non parla russo a cosa le serve questo libro?’. Non oso dirti l’espressione della sua faccia quando gli ho risposto. Avrei una miriade di altri aneddoti da raccontarti a questo riguardo. Così come dovevi vedere la faccia del poliziotto quando, all’aeroporto di Olbia, ho fatto passare sotto il nastro a raggi x una borsa termica con al suo interno un libro zuppo d’acqua: ‘E questo cos’è?’ – mi è stato chiesto. ‘Un libro’, ho risposto. ‘Qualcosa in contrario?’”.
Il criterio con cui i libri sono finiti in mare è stato dunque segnato un po’ dal caso e un po’ dalle sensazioni della fotografa. Sono cadute in acqua opere che amo e libri che non ho mai letto e mai leggerò. Indipendentemente dalla qualità degli scrittori che si sono bagnati, vale la qualità delle immagini: il senso estetico di Ileana Florescu. Ne è venuto fuori un lavoro che, per la sua bellezza, spero l’autrice voglia proseguire sine die. Con questa speranza le darò due libri, chiedendole di affidarli alla cura dell’acqua e del suo occhio: il Quijote e The Waste Land. Sono certo che tornerò a vagare attraverso la Mancia come la prima volta, ed Eliot verrà ancora a dirmi: “Son of man, / You cannot say, or guess, for know only / A heap of broken images, where the sun beats, / And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief, / And the dry stone no sound of water” (Figlio d’uomo, tu non puoi dire e neppure immaginare, perché conosci solo un mucchio di immagini infrante, dove batte il sole e l’albero secco non dà riparo, il canto del grillo non dà ristoro e la pietra arida non dà suono d’acqua). Risponderò: “Sì, sono qui proprio per questo: per trovare dentro di me il luogo di cui parli”. Con figure e parole, insieme a Ileana Florescu, sarò nell’acqua, carta bagnata, mente che respira.